Archivio mensile:giugno 2010

COMENDA presenta le nuove lavabicchieri serie BC

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Il massimo dell’igiene e della lucentezza proteggendo anche le superfici più delicate.

Una linea di lavabicchieri capace di garantire il massimo dell’igiene coniugando la delicatezza nel trattamento di pulizia con il risparmio energetico ed economico.

COMENDA, azienda che rappresenta un solido punto di riferimento nel settore delle apparecchiature per il lavaggio professionale, presenta l’innovativa serie BC, una gamma di macchine, disponibili in diversi modelli, progettate appositamente per consentire il lavaggio anche di bicchieri di ampie dimensioni (in altezza o in larghezza, come i calici, i boccali da birra o i flutes) o realizzati con materiali (ad esempio il cristallo) facilmente soggetti a opacità, scheggiatura o strisciatura.

Il sistema SOFT Start della pompa di lavaggio, infatti, conferisce il perfetto impulso nella partenza del funzionamento così da salvaguardare i bicchieri fin dall’inizio e per tutta la durata di ogni ciclo di lavaggio, inoltre la funzionalità Termo STOP assicura che la fase di risciacquo inizi solamente quando l’acqua raggiunge una temperatura di 85°C, laddove vengono abbinati due differenti programmi di asciugatura: per evaporazione e con acqua fredda senza brillantante.

Le macchine della linea BC sono dotate di pannello di comandi elettronico con display digitale sul quale è possibile visualizzare e controllare in tempo reale il livello di temperatura raggiunta nel lavaggio e nel risciacquo.

Anche le nuove lavabicchieri di COMENDA, alle quali è possibile associare come accessorio il sistema RCD (Rinse Control Device) che assicura una pressione costante dell’acqua nel corso delle operazioni di risciaquo, sono l’espressione della filosofia che ha contraddistinto fin dal suo sorgere l’attività dell’azienda milanese, impegnata nella ricerca e progettazione di soluzioni altamente tecnologiche e amiche dell’ambiente.

Per questo pure le macchine della gamma BC comportano una riduzione dei consumi per l’energia elettrica e per il detersivo, oltre che una diminuzione nell’utilizzo di acqua che può arrivare fino a 1,9 l.

Grazie alla loro versatilità, semplicità di utilizzo e affidabilità, sono prodotti ideali in particolare per quegli esercizi pubblici e quelle attività come bar, ristoranti, enoteche e caffetterie, anche di nicchia, che si servono costantemente di un grande numero di bicchieri i quali devono essere perfettamente igienizzati e presentati nel massimo dello splendore e della lucentezza.

www.comenda.eu

I prodotti tipici abruzzesi a Bruxelles

Rappresentanti della Nato hanno degustato i prodotti tipici abruzzesi, in occasione della Festa della Repubblica che si è celebrata ieri a Bruxelles. Presente anche l’associazione dei ristoratori della capitale belga. Lo ha reso noto l’assessore all’Agricoltura, Mauro Febbo, che ha partecipato alla “Festa Italiana”, il tadizionale incontro promosso dal Comando della Rappresentanza militare italiana presso la Nato e l’Ue. Diverse migliaia di persone, in rappresentanza di 35 paesi hanno degustato i migliori prodotti tipici e della tradizione enogastronomica abruzzese nello stand allestito dall’Arssa in collaborazione con l’Assessorato. L’iniziativa ha avuto lo scopo di “promuovere l’immagine dell’Abruzzo nella comunità internazionale ai più alti livelli istituzionali, spendendo le peculiarità della nostra regione, ma anche di farci conoscere dai ristoratori di una importante capitale europea”, ha aggiunto Febbo. “L’evento ha avuto una grossa eco – ha aggiunto l’Assessore – sottolineata anche dalla presenza del generale dell’Aeronautica, Gian Piero Ristori, capo della Rappresentanza militare italiana, che ha osservato – riferisce ancora Febbo – come l’evento consenta di far conoscere ai colleghi delle altre nazioni il meglio che il nostro paese può offrire in campo gastronomico, culturale, turistico e industriale”. Quindi, l’assessore Febbo ha colto l’occasione per rinnovare al generale Ristori “il senso di profondo ringraziamento dell’Abruzzo nei confronti della comunità NATO che, dopo il tragico terremoto dell’Aquila, si fece, tra l’altro, promotrice di una raccolta di fondi in favore delle popolazioni aquilane.

Aurea: il dietro le quinte di un piatto di qualità

La qualità, in cucina, ha bisogno di un approccio a 360 gradi. Fedele a questa scelta, Aurea si propone al mercato con una produzione rinnovata nel design – completamente ideato in Italia – e aggiornata alle esigenze della preparazione dinamica degli alimenti attenta, in primo luogo, a rispettare la “naturalezza” delle pietanze. Le serie di tagliaverdure, cutter, mixer, pelatori, tritacarne, hamburgatrici, segaossa, motoriduttori e affettatrici danno concretezza a un’ampia disponibilità di soluzioni che si adatta, in modo professionale e versatile, alle molteplici richieste di chi necessita di strumenti di lavoro affidabili nel tempo, semplici nell’utilizzo e performanti nelle applicazioni. Caratteristiche, queste, che sono conseguenza della politica aziendale di utilizzare componenti interamente realizzati nei paesi europei non affidandosi, quindi, alle produzioni delocalizzate in aree poco specializzate nel settore.

La scelta di lavorare per garantire strumenti che si ispirano a un ritorno alla genuinità e naturalezza in cucina, ha trovato conferma anche in una precisa scelta aziendale di attenzione all’ambiente. Il nuovissimo catalogo, infatti, è stato realizzato completamente con fibre riciclate al 100% di origine europea e senza l’utilizzo di cloro nei processi di sbiancatura, come testimoniano le certificazioni a livello europeo sul basso impatto ambientale del materiale informativo Aurea.

Nell’ottica di collaborazione con i clienti e con l’obiettivo di semplificare la scelta fra i vari prodotti, il catalogo dispone di comodi percorsi guidati che accompagnano “per mano” nella scelta della macchina più consona, per dimensioni e potenza, alle singole necessità di utilizzo: in base al numero di coperti, al settore, alle singole specificità culinarie si potrà individuare l’apparecchio più adatto “incrociando” le varie esigenze.

La birra tipica del Salento leccese

La birra tipica del Salento leccese con la varietà selezionata dall’uomo dell’orzo il Prof. Antonio Michele Stanca
di Antonio Bruno

Dalla mezza luna fertile e dalla Mesopotamia la birra prodotta dall’orzo arrivò nel Salento leccese. I padri venuti da lontano si spostarono nel nord Europa dove continuarono a fabbricare la birra mentre, nel Salento leccese, i nostri antenati si avvinazzavano con Alcolici vini da taglio. Oggi intraprendenti e giovani imprenditori della Penisola salentina producono la birra, solo che non hanno la lungimiranza e l’umiltà di affidarsi al Prof. Antonio Michele Stanca, l’uomo dell’orzo, che pur avendo proposto la costituzione di un Consorzio per la Birra Tipica del Salento leccese è rimasto “voce che grida nel deserto” per l’egocentrismo di ogni Mastro birraio di questo territorio.

Vi sto raccontando da qualche giorno dell’uomo dell’orzo, del Prof. Antonio Michele Stanca, e devo dire che è stato bellissimo quando dopo la giornata di studio tutti insieme siamo andati nell’industria del mio amico Dottore Agronomo Francesco Tarantino che è a Maglie sulla strada per andare a Gallipoli ( www.molinodelsalento.it ) e qui c’era il giovane Raffaele Longo che produce birra e che la offriva in quella circostanza senza pretendere di essere pagato (www.birrificiob94.it  ) .

Devo dire che ho assaggiato quella birra ed era davvero buona, oserei dire molto buona! Il nostro amico Prof. Stanca si è messo subito a parlare con lui ed io ascoltavo, quando ho sentito che aveva proposto ai Mastri birrai di questo territorio di fare il malto tipico del Salento leccese e che non c’era riuscito, io gli ho chiesto il perché, lui mi ha detto che quando ha tentato di mettere insieme tutti i produttori di Birra del Salento leccese per fare il malto, perché la quantità di birra prodotta da ogni MASTRO BIRRAIO DEL SALENTO LECCESE è troppo poca per giustificare una fabbrica di malto, questi baldi giovani si sono tutti tirati indietro. L’uomo dell’orzo, il Prof. Stanca, ha detto a chiare lettere ai mastri birrai salentini leccesi che se volevano un malto tipico fatto da un orzo coltivato nelle pianure della penisola salentina leccese dovevano mettersi insieme, ma il nostro amico non c’è ha visto nessuno che ha preso la palla in balzo seguendo il suo suggerimento perché ogni produttore di birra del nostro territorio è convinto che come fa la birra lui, non la fa nessuno, e soprattutto, che non vuole fare la birra uguale a quella del vicino, insomma a ognuno la sua birra!
Eppure se questi PADRONCINI DELLA BIRRA partissero dall’orzo della varietà selezionata dal Prof. Antonio Michele Stanca nella sua attività al CRA di Fiorenzuola seminata nelle fertili terre del Salento leccese e poi prendessero i chicchi e li mettessero nell’acqua pura della falda del Salento leccese a germogliare. E continuassero a stare insieme anche quando questi chicchi di orzo raggiungono l’umidità necessaria, e vengono fatti germinare per alcuni giorni otterrebbero questo orzo germinato che altro non è che il famoso malto.
Bisogna sapere che per la produzione della birra l’orzo deve subire dei trattamenti che lo rendano adatto alla fabbricazione. L’orzo deve essere fatto germogliare permettendo la scissione dell’amido, abbondantemente presente, in uno zucchero semplice (maltosio) facilmente aggredibile dai lieviti e di conseguenza fermentescibile. Per far si che si venga a creare questa situazione l’orzo viene immerso in acqua per un tempo che varia tra le 24 e le 60 ore cambiando l’ acqua almeno due volte. L’ immersione cessa quando prendendo in mano il chicco questo si spacca facilmente sotto la pressione esercitata dalle dita oppure quando si lascia trapassare facilmente da uno spillo.
La germinazione è un processo molto delicato va fatto in ambienti umidi ad una temperatura costante. E’ necessario che l’ umidità sia controllata per far procedere con sufficiente rapidità le trasformazioni chimiche. La temperatura determina l’ intensità della germinazione: se il processo di germinazione dell’orzo viene fatto a temperatura al di sotto dei 3°C questo processo è quasi impercettibile mentre se lo si fa in ambienti con una temperatura al di sopra dei 30-40°C il processo è arrestato. La temperatura ottimale è di 15-18°C e la temperatura deve rimanere costante per tutto il processo di germinazione per non comprometterla.
Eseguita l’operazione di preparazione del malto l’orzo si lascia sgocciolare per una mezza giornata circa in un locale non troppo secco successivamente si stendono i chicchi su di una superficie piana in un ambiente arieggiato. Dopo alcuni giorni, il tempo varia dalla stagione, appariranno le prime radichette e successivamente anche i primi germogli ed è a questo punto che la germogliazione deve essere arrestata facendo essiccare l’orzo.
Ed ecco che in questa fase i vari MAESTRI BIRRAI del Salento leccese potrebbero distinguersi facendo ognuno la sua Birra, una Birra diversa dall’altra, utilizzando un malto con diverso grado di tostatura e questo perché, secondo il grado di tostatura più o meno spinto, il malto raggiungerà un diverso colore, che sarà biondo, dorato o biscottato e una diversa fragranza, che influenzeranno poi l’aspetto e il sapore della birra. Dopo la tostatura il malto d’orzo viene macinato e ridotto in farina e questa farina sarebbe poi consegnata ad ogni Mastro Birraio Salentino leccese.
Io davvero non capisco come mai questi amici Mastri Birrai non si riuniscono in consorzio per avere il malto tipico del Salento leccese che viene dall’orzo dell’unica varietà di orzo per fare la birra selezionata in 50 anni di studio dal Prof. Antonio Michele Stanca anche lui Tipico Salentino Leccese.
Il Prof. Stanca, l’uomo dell’orzo, ci fa una narrazione del mondo di 6.000 anni fa raccontandoci
com’è avvenuto che la donna e l’uomo del Neolitico sono arrivati alla scoperta della birra.
Ci ha fatto vedere come venivano conservati i semi di orzo, ci dice che erano in grossi recipienti di terracotta, in dei veri e propri silos, ma a volte i silos si incrinavano e da queste fenditure si avevano delle infiltrazioni d’acqua. Con l’acqua ecco che cominciava la fermentazione nei silos, una cosa che accadde 6.000 anni fa e il cui biochimismo è stato scoperto da Pasteur solo nel 1853. Insomma c’è un silos con dentro una sostanza che ha fermentato, come faceva l’uomo del neolitico di 6.000 anni fa a sapere se quella sostanza era buona o cattiva? L’uomo dell’orzo si fa cupo quando ci dice che allora, 6.000 anni fa, la differenza tra una cosa buona e una cosa cattiva era la differenza tra vivere e morire. Ed ecco che un uomo del neolitico viene utilizzato come cavia, ce lo fa vedere mentre gli altri della tribù lo prendono per i piedi e gli ficcano la testa in quella poltiglia che fermenta. Lo fanno bere con la forza e, dopo aver bevuto il liquidi del silos, aspettavano di vedere l’effetto che questi avrebbero avuto sul malcapitato che poteva vivere o morire. La cosa che accadde è che quell’uomo dopo aver ingerito quel liquido era allegro, direi quasi euforico, e fu la prima volta che gli uomini primitivi vedevano l’euforia e tale stato alterato di coscienza decretò il successo di quella bevanda che noi oggi chiamiamo birra.
La storia documenta la prima comparsa della birra in Mesopotamia, attorno al 4500 a. C. Fra i sumeri era talmente diffusa che la legge fissava le varie quantità cui avevano diritto le varie fasce sociali, avevano diritto a due litri di birra al giorno gli operai e cinque litri di birra al giorno per governatori e sacerdoti. Anche i babilonesi conoscevano bene la birra, nel codice di Hammurabi nel 1700 a. C. circa sono infatti previste pene severissime per chi produceva o vendeva birra annacquata. La birra passò poi in Egitto e da lì in Grecia. Viene anche citata nei libri sacri del popolo ebraico ed è la regina della festività del Purim. I celti la consumavano abitualmente e la portavano con sé per berla prima e dopo le battaglie. In Italia la birra venne utilizzata prima dagli etruschi, quindi dai romani. Giulio Cesare ebbe modo di apprezzarla nel corso delle sue campagne di conquista intraprese contro i galli; Augusto esentò dalle tasse la classe medica perché era guarito dal mal di fegato proprio bevendo cervisia; Agricola portò tre mastri birrai da Glacum (Gloucester) e avviò così un’attività di produzione e vendita al dettaglio presso la sua villa. In seguito la birra in Italia cadde in disuso a causa delle invasioni barbariche, ma all’inizio del sesto secolo veniva prodotta presso l’abbazia di Montecassino. Attorno all’anno Mille si assiste all’inizio della produzione industriale nell’Europa settentrionale; nel 1516 compare l’editto sulla purezza della birra, in cui si specifica che la bevanda può essere prodotta solo con malto d’orzo, luppolo e acqua. Tra il 1700 e la metà del 1800 vennero messe a punto diverse tecnologie e condotte ricerche scientifiche che influenzarono fortemente la produzione di birra, fino ad arrivare alla situazione odierna.
Dalla mezza luna fertile e dalla Mesopotamia la birra prodotta dall’orzo arrivò nel Salento leccese. I padri venuti da lontano si spostarono nel nord Europa dove continuarono a fabbricare la birra mentre, nel Salento leccese, i nostri antenati si avvinazzavano con Alcolici vini da taglio. Oggi intraprendenti e giovani imprenditori del Salento leccese producono la birra, solo che non hanno la lungimiranza e l’umiltà di affidarsi al Prof. Antonio Michele Stanca, l’uomo dell’orzo, che pur avendo proposto la costituzione di un Consorzio per la Birra Tipica del Salento leccese è rimasto “voce che grida nel deserto” per l’egocentrismo di ogni Mastro birraio di questo territorio.